DAL SATELLITE, ALTERAZIONI AMBIENTALI NELLE SOCIETA’ ANTICHE

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Per le società antiche, che non sempre hanno costruito le tracce della propria presenza sulla base del paesaggio circostante, è sempre stato difficile adattarsi all’ambiente vissuto e identificarlo alla propria società. I ricercatori della Penn State hanno utilizzato i dati satellitari per identificare le aree nel sud-ovest costiero del Madagascar dove i raccoglitori indigeni hanno generato alterazioni ambientali per identificare la loro presenza.

Secondo Dylan S. Davis, il team, in una ricerca pubblicata sulla rivista Frontiers in Ecology and Evolution, ha puntato a esplorare i diversi metodi in cui gruppi umani abbiano lasciato un’impronta sul paesaggio e a capire quanto le tracce di quell’impronta siano rimaste disponibili e identificabili, indipendentemente dall’importanza della società che le abbia generate.

Utilizzando l’imaging satellitare PlanetScope ad alta risoluzione, gli indici vegetativi per mostrare come il paesaggio si sia evoluto con gli umani, grazie a un particolare algoritmo che è riuscito a circoscrivere la forestazione e a statistiche per quantificare la variazione antropica dell’ambiente circostante, i ricercatori sono stati in grado di identificare le antiche aree di alterazione umana.

Gli archeologi hanno spesso esaminato le società agricole e pastorali del passato, catalogando i cambiamenti che questi stili di vita abbiano apportato al paesaggio. Alloggi permanenti o semi-permanenti, campi e altre strutture che caratterizzano l’area e, in alcuni punti, cambiamento del paesaggio naturale: l’impatto sul paesaggio dei cacciatori-raccoglitori, dunque, è stato solitamente limitato a luoghi di vita temporanei e le tracce sono riconducibili a pochi frammenti di ceramica, focolari o ossi di animali. Il presupposto era, però, che queste comunità non alterassero il paesaggio complessivo in modo significativo.

Nella costa sudoccidentale del Madagascar, la maggior parte dei siti archeologici attribuiti a comunità di pesca e raccolta sono effimeri. Non ci sono grandi edifici ma l’utilizzo di alcuni ripari sotto roccia che risale a migliaia di anni fa, mostra che questi siti siano stati occupati solo per una parte dell’anno e siano stati abitati anno dopo anno.

Davis ritiene, dunque, che quanto scoperto ribalti alcune specifiche teorie secondo le quali le aree che circondano questi siti, che sembrano essere incontaminate, non lo sono state: dalle analisi si notano cambiamenti nella capacità del suolo di assorbire l’acqua, nella fattispecie, nella riflettività spettrale vista nelle immagini satellitari.

L’area di studio comprendeva circa 450 chilometri quadrati di territorio e la ricerca ha mostrato che il 17% di quell’area è stata modificato dall’uomo, con cambiamenti del paesaggio leggeri ma diffusi.

I ricercatori hanno confrontato le aree intorno ai siti archeologici noti con le aree prive di siti noti e hanno trovato una differenza statistica nella distribuzione arborea tra le foreste, con differenze sostanziali tra i siti conosciuti e le aree disabitate.

I ricercatori ritengono che occorrano altri studi per comprendere se i cambiamenti nella chimica del suolo abbiano permesso alle persone di occupare le aree anche in tempo di siccità o se abbiano permesso al terreno di trattenere l’umidità e far prosperare piante diverse. Sembrerebbe che la fauna si sia adattata alla siccità, anche se un leggero aumento dell’umidità avrebbe potuto generare una grande differenza tra gli animali che occupavano le aree intorno ai siti abitati.

Secondo i ricercatori, dunque, si sarebbero verificati effetti di insediamento a lungo termine su scala paesaggistica e lo studio rafforza precedenti ricerche antropologiche secondo le quali le antiche comunità avrebbero prodotto attivamente alterazioni ambientali nel loro ambiente ecologico in modo da poter aumentare la consistenza delle aree da abitare.

Davis ritiene, infine, che monitorando i paesaggi di tutto il mondo, il team ha scoperto che i gruppi umani antichi avrebbero modificato l’ambiente circostante più di quanto si pensasse prima.

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

Per ulteriori info: Pennsylvania State University

Paesaggio antico alterazioni ambientali

Source: danielemancini-archeologia.it

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