L’INAFFIDABILITA’ DEI DADI ROMANI DA GIOCO!

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I Romani erano grandi giocatori d’azzardo e amavano trascorrere  il proprio tempo libero con il gioco dei dadi nella locale taberna.

Molti dei dadi rinvenuti nelle vaie campagne di scavo sono risultati piuttosto asimmetrici, schiacciati, allungati o semplicemente irregolari. Gli archeologi hanno spesso interpretato questo “difetto” di progettazione come una forma di normale raggiro, un tentativo di manipolare la forma del dado per aumentare la probabilità di lanciare determinati numeri.

Un nuovo studio pubblicatosulla rivista Archaeological and Anthropological Sciences suggerisce, invece, che non era così: la qualità di questi antichi dadi era legata al modo in cui i Romani vedevano il mondo e al ruolo che il destino e gli dei giocavano in esso.

La ricerca è stata condotta dall’archeologo Jelmer Eerkens, docente di antropologia presso l’Università della California Davies, e Alex de Voogt, docente presso il Dipartimento di Economia e Commercio della Drew University. I due hanno studiato un campione di 28 dadi di epoca romana trovati nei Paesi Bassi e poi hanno condotto un esperimento chiedendo a studenti ignari di riprodurre pezzi di gioco simili, per capire se il posizionamento dei numeri del dado fosse influenzato dal desiderio di raggirare.

Ricerche precedenti avevano già dimostrato che circa l’80-90 percento dei dadi romani erano visibilmente asimmetrici: uno dei loro lati differiva, per dimensioni, almeno per il 5 percento ridpetto agli altri. In confronto, ciò si verifica solo in circa la metà dei dadi successivi dell’età medievale e post-medievale, notano Eerkens e de Voogt.

Le irregolarità visibili, dunque, erano similmente presenti in 24 dei 28 dadi romani realizzati in argilla, metallo e osso.

La scelta di prelevare un campione dai Paesi Bassi fu fatta perché in epoca romana quella regione era divisa in due, con il confine dell’Impero Romano che correva lungo il fiume Reno. Ciò ha permesso ai ricercatori di esaminare sia i dadi romani che i pezzi realizzati dai Frisii, una tribù germanica locale che viveva a nord del confine, per verificare eventuali differenze culturali e sembra che non ce ne fossero.

Sembrava esserci uno schema per i dadi irregolari: molti avevano l’uno e il sei posti sulle superfici opposte più grandi dei dadi e studi di probabilità hanno dimostrato che l’asimmetria influisce sulle probabilità di un tiro. Attraverso una formula matematica è possibile calcolare questa probabilità ma basti dire che maggiore è la differenza tra i lati del dado, maggiori sono le possibilità di tirare un numero posizionato sulle superfici più grandi!

Se, su un cubo perfetto, c’è una possibilità di 1 su 6 di tirare qualsiasi numero, per i dadi romani le probabilità di ottenere un numero sul lato più grande potrebbero essere fino a 1 su 2,4, a seconda di quanto fosse asimmetrico il dado.

Il fatto che l’asimmetria sembri spesso favorire lanci specifici, vale a dire un uno o un sei, potrebbe supportare la teoria secondo cui la quale non erano lontani dal voler imbrogliare intenzionalmente e avvicinare la dea bendata dalla loro parte: i dadi avevano un ruolo importante nella società romana e in un singolo lancio di un dado si riversavano anche speranze divinatorie, dai risparmi di una vita alla reputazione di un indovino come accurato predittore del futuro.

Per verificare se i Romani creassero intenzionalmente i loro dadi asimmetrici, Eerkens e de Voogt hanno elaborato un progetto di archeologia sperimentale facendo creare degli asimmetrici manufatti particolari e coinvolgendo 23 ignari laureandi in psicologia: se questi studenti, che ovviamente non avrebbero giocato d’azzardo con i dadi ed erano ignari dello scopo dell’esperimento, posizionavano numeri casualmente sulle superfici irregolari, allora potremmo presumere che i Romani avessero un intento specifico nel favorire determinati lanci; mentre, se questi moderni “ingenui” ripetessero gli schemi trovati negli antichi dadi allora dovremmo concludere che qualche altro meccanismo culturale o psicologico era all’opera.

La maggior parte degli studenti ha posizionato l’uno e il sei sulle superfici più grandi dei dadi asimmetrici, specialmente quando è stato detto loro in anticipo di usare la cosiddetta configurazione “sette”, quella di posizionare i numeri in modo che due lati opposti del dado sommino sempre sette (uno e sei, due e cinque, ecc.). Questo è il modo in cui vengono posizionati i numeri sulla maggior parte dei dadi sia romani che moderni.

Secondo Eerkens e de Voogt, il fatto che, come gli antichi romani, gli studenti moderni creassero involontariamente dadi che favorissero il lancio di uno o sei suggerisce che questo sia il risultato di un “preconcetto di produzione” piuttosto che un tentativo di ottenere un vantaggio.

La spiegazione più frequente che gli studenti hanno fornito per la loro scelta progettuale è stata che sembrava naturale iniziare a posizionare i numeri dal lato più grande o riservare più spazio per il sei. Questo suggerisce che il motivo per cui i Romani realizzavano dadi così sbilenchi era abbastanza semplice e per nulla subdolo: semplicemente non gli importava! I dadi erano realizzati in diverse dimensioni e materiali, che spesso potevano anche influenzare la forma, e finché l’artefatto poteva rotolare non importava se non era un cubo perfetto.

Secondo i ricercatori, questo fornisce anche una visione preziosa del modo in cui i romani credevano che il mondo funzionasse: le fonti antiche mostrano che i romani non comprendevano del tutto il concetto di probabilità e le sue regole matematiche ma credevano che eventi casuali, come il lancio di un dado, fossero governati dal destino e dal favore di divinità come Fortuna, la personificazione della fortuna e altri esseri soprannaturali, non è troppo diverso dalle superstizioni di molti moderni frequentatori di case da gioco.

Tuttavia, c’erano alcuni autori antichi, come Cicerone, che deridevano l’idea che gli dei controllassero ogni aspetto della vita umana. Il filosofo e politico del I secolo a.C. usò persino il lancio dei dadi come esempio per esprimere una comprensione rudimentale della probabilità e chiedersi se i lanci fossero davvero determinati da esseri divini. Cicerone, però, era un intellettuale, scriveva di filosofia in trattati accademici che la maggior parte dei romani non poteva leggere o di cui spesso non sarebbe stata a conoscenza.

Non è un caso che durante il Medioevo e la prima età moderna i dadi irregolari siano diventati più rari quando la teoria della probabilità ha iniziato a raggiungere un pubblico più vasto grazie agli studi del matematico francese del XVII secolo, Blaise Pascal.

Secondo Eerkens, nel periodo romano, è ancora possibile che alcuni giocatori d’azzardo esperti si siano resi conto che la forma del dado in qualche modo influiva sui tiri, riconosce e sicuramente avrebbero potuto approfittarne per manipolare le loro attività di divinazione o gioco d’azzardo ma, molto probabilmente, non era una conoscenza comune.

Gli autori ritengono, duqnue, che comprendere perché i dadi romani fossero così spesso asimmetrici non significa solo capire antichi metodi di gioco. Manufatti particolari come i dadi sono comuni nel corso della storia, dall’antico Egitto e dalla Mesopotamia fino ad oggi e guardare i sottili cambiamenti in questi oggetti apparentemente immutabili può dirci molto sulle civiltà passate, comprendere come il pensiero e la comprensione del mondo siano cambiati attraverso i piccoli suggerimenti forniti da questi antichi oggetti.

Tradotto e rielaborato da Daniele Mancini

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Source: danielemancini-archeologia.it

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